Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Le otto montagne -Paolo Cognetti

Quando mi hanno regalato questo libro, un paio di settimane fa, ho guardato sconsolato chi mi porgeva il pacchetto dono, perché convinto di dargli un’immeritata, ma inevitabile delusione. Saranno cinque o sei anni che fatico a leggere con costanza, per mancanza di tempo e pigrizia, ed i libri “nuovi” giacciono tristemente impilati in attesa della dovuta attenzione. Alla mia sconsolata ammissione di senso di colpa, vedo un piccolo ghigno incurvare la bocca, là in alto e un secco:”questo ti piace, fidati: è il tuo libro. Parti pur piano, ma poi, ad un certo punto, devi andare” e il gesto della mano impossibile da travisare. Il taglio dell’aria con le lunghe dita impostate a lama, indicano la direzione e “andare” assume inequivocabilmente il senso di “leggere tutto d’un fiato”.

È in effetti andata così.

Come se stessi facendo una delle mie camminate in montagna, che nel libro sono inizialmente le grandi protagoniste: si parte senza forzare, per non esagerare e non restarci secchi a metà. Dosare le forze è un dovere. Si devono abituare le gambe al ritmo della salita, i piedi agli scarponi pesanti, i polmoni all’aria spigolosa e il cuore a destreggiarsi fra il primario ruolo di pompa e quello di cassettino per le emozioni, in arrivo dritte da occhi, naso, orecchie, lingua e pelle. Poi, però, una volta iniziato a rollare, guai tenersi. Andare!

Quando cammino in montagna, prima di entrare nella sfera fisico/atletica dell’ascesa verso la vetta (o la meta), sono inizialmente abbracciato dall’emozione che discende alla pancia attraverso i sensi e anche nel leggere l’opera di Paolo Cognetti pare che la preparazione implichi un passaggio emozionale forte, che si sviluppa e arriva a compimento entro la fine della prima parte.

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Prima, leggo di abitudini, riti, comportamenti in cui mi riconosco e in alcuni momenti mi sorprendo commosso. Mi do dello scemo, poi penso che non posso fare altrimenti. La montagna mi commuove al solo pensarla, quando vorrei scappare dalla nebbia di questi giorni, dall’afa dell’estate e dalla polvere onnipresente, quaggiù a Piastrella Valley, figuriamoci a vedermela rappresentata così tangibilmente!

Non ci vuole moltissimo a capire che il libro in realtà parla di persone, soprattutto dei rapporti fra le persone e la montagna è una di queste, più che una semplice ed inanimata scenografia. Un giudice, in alcuni momenti, severa e prepotente in altri, dolce ristoro per i sensi o fredda, ma incolpevole esecutrice dell’ineluttabile. La città brutta e cattiva nulla può per reggere il paragone, se non dare la vita ed essere vita a dispetto del biasimo al gusto di puzzo frustrato, idealista e snob, che le si riserva. La montagna un amico fedele in cui rifugiarsi ad incorniciare un’amicizia di quelle che, credo, tutti dovrebbero invidiare, se proprio non sono in grado di vivere e quella fallita fra due uomini che hanno avuto la sfortuna di essere padre e figlio. Da questo destino non scelto, turbati e minati all’origine del loro rapporto, nell’obbligo di stare al proprio posto nelle convenzioni ingessate dalle etichette troppo difficili da scollare, che la montagna riesce ad unire solo quando è troppo tardi, perché non sempre si arriva in tempo, soprattutto quando se ne perde troppo, non capendo nel momento opportuno che non è infinito.

Aveva ragione il mio amico: questo è il libro che sento più mio fra quelli che ho letto negli ultimi anni. Preoccupante quanto attraverso la montagna, solo i racconti della mia montagna, anch’io possa divenire così facilmente “interpretabile” e “scovabile”

Ma ora chiedo al mio amico e a tutti voi che lo leggerete: come si fa dopo aver assaporato le pagine di questo capolavoro a non avere voglia di raggiungere una vetta? Come fate ora a non capire cosa mi spinge?

Un libro per chi ama la montagna, ma forse ancor di più per chi non sa ancora di amarla, in cui Cognetti spiega, fra le altre cose, molto bene quello che invano io ho tentato di rendere chiaro a chi mi chiedeva “come mai”, migliaia di volte: perché per qualcuno di noi nel basso si può vivere, solo se si può guardare quelle vette là all’orizzonte e sognare di andare in alto, ma non gratis! È indispensabile guadagnarsela con l’amorevole sofferenza fisica della camminata, che gli elicotteri e le seggiovie non valgono, visto che non danno il tempo di sentire quello che la montagna ha da dire e un amico va ascoltato se lo si vuole capire ed amare davvero.



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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