Quando arrivo nel grazioso e caldo salottino del Caffè del Teatro, noto che sul palco è montata, oltre al fedele piano, anche una batteria,ai fianchi della quale stanno in bella vista un paio di amplificatori, su cui stanno appoggiati un basso ed una chitarra. Bella sorpresa: Emiliano ci offrirà il live non solo voce e Piano, come fin’ora m’era capitato di vedere, ma con l’intera band, impegnata anche nelle session di registrazione del suo terzo ed ultimo disco, Profondo Blu.

Come sempre nel locale fioranese c’è un’atmosfera familiare e la sala che ospiterà il live piano, piano si riempie di amici, chiacchiere, pacche e curiosità, dipanata dopo pochi minuti, quando sul palco inizia a suonare la formazione composta oltre che dal titolare del progetto, dal batterista Samuele Lambertini, dal Chiatarrista Mirko Zanni e dall’esperto Luca Rossi in questo caso al basso (obbligatorio ricordare il suo ruolo da “produttore” del disco, nonché ex colonna portante dello storico e delizioso progetto musicale degli Üstmamò).
Il piano (posso dirlo, molto Nick Cave?), fa da linea guida e dietro tutto il resto, compresa la voce arcaica di Emiliano, che calza a pennello con la camicina a righe impostagli prima dell’inizio del live. Liriche taglienti, arrotondate solo dal tono suadente con cui vengono enunciate. Una voce che lascia da parte la forzata modernità e si fa accarezzare dall’accento forte e sanguigno dell’alto appennino tosco emiliano; terra che lascia il tempo per immaginare e formulare sogni, buttati con quella che, più che naturalezza, pare ingenuità o forse impossibilità a fare diversamente. Quella schiettezza che passa sopra alla convenienza e si libera senza pensare alle conseguenze, tanto non sa essere altrimenti.

Stare fuori dal furore scintillante del metropolitano, forse può far soffrire ed Emiliano a volte me l’ha raccontato: spalare la neve già a novembre, fare 120 Km di curve per un cinema, lo capisco, è veramente una rottura di scatole, ma penso che l’altra faccia della medaglia di questa condizione sia il profondo che forse non avrebbe e che lo inviterei a tenersi stretto, che se come per noi tutto fosse scontato, invece che visto dall’alto. Lo so, è facile dirlo da quaggiù, ma a volte l’egoismo di chi ascolta e di chi gode dell’arte altrui non può permettersi il lusso di capire a fondo la sofferenza che può esservi dietro di essa.
Emiliano però, secondo me non soffre, anche se digrigna i denti mentre canta e nel profondo blu, sinonimo per molti di cupa spirale verso l’oblio, lui trova il modo di sprizzare raggi di serenità e di giocosa ironia, che sfavillano birichine, nonostante le arie severe di cui spesso si vestono i brani.
Bravo lui, bravi i suonatori, brava la montagna che partorisce topolini, capaci di rosicare le abitudini e regalare stimoli al cuore e all’anima, a volte un po’ appiattiti su ciò che è giusto fare nella maniera giusta, anziché farsi solleticare dal profumo un po’ demodè, ma dal grande fascino dell’emozione schietta, robusta e a volte aggressiva della sincerità.


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