La prima scena del film mi fa venire in mente questa canzone. Una corsa a perdifiato sul terreno scosceso e sconnesso di un bosco. Latta che rumoreggia, un elmetto che va sollevato nella foga, senza fermarsi, per non sbattere alla cieca contro il fusto degli alberi. Guardarsi le spalle. Un cattivo scappa! Un soldato tedesco si da alla fuga: prendetelo!!! Non fatelo scappare!!! Dategli quello che si merita, che non la faccia franca!!! Voci in lontananza, uno scoppio, il cattivo in un attimo è a terra. Ansima. Gli ultimi respiri della sua esistenza sono affannati, dalla corsa, dalla paura, dalla morte che incombe e toglie la luce dagli occhi. L’inquadratura si stringe. Occhi sbarrati nel trapasso…di un ragazzino. Ma era un cattivo! No…era un ragazzino e “aveva soltanto la divisa di un altro colore”…ed era il figlio di due pacati signori che vengono colti dall’inizio della scena successiva dall’incombere della postina. Sono nella loro
umile cucina a finire la colazione, prima che inizi l’ennesima giornata di lavoro e di faccende. La lettera ha il timbro della Wermacht. Cosa c’è ancora da capire? C’è bisogno di parlare? Una domanda che suona retorica, fatta con distacco quasi ad allontanare la verità: “È successo qualcosa a nostro figlio?”. La compostezza di entrambi nell’apprendere che il loro grandioso Terzo Reich ed il loro infallibile Fuhrer si era appena presa il loro unico figlio. Solo un gesto di stizza, la lettera stracciata. Ma la verità rimane. La vita, anche. Come procedere nel tormento del sopravvivere al proprio figlio?
Schiacciati, soffocati: senza speranza. Togliersi la vita? Aspettare vigliaccamente che la natura o una bomba dal cielo la faccia finita?
O piuttosto provare a fare il massimo per vendicarsi o anche solo per sentirsi liberi, dopo tanto, troppo tempo? Un rischio enorme per scarse prospettive di risultato. Scrivere cartoline, con ficcanti e impietose critiche al nazismo, braccati dalla tremenda Gestapo.
Una pellicola che riprende le fila di quella che fu
una storia vera, già rielaborata in un romanzo (“Ognuno muore solo” di Hans Fallada) e quindi, chissà quanto stravolta dall’origine nel percorso che l’ha portata, grazie al lavoro di Vincent Perez fino al grande schermo. Poco importa…a me. Il messaggio pare chiaro: fai poco, ma fai. Io dico spesso di schiodare il culo dal divano, che meglio fare una cosa inutile,
piuttosto che sprecare la vita aspettando di fare qualcosa di utile…sempre che questo accada, prima o poi.
Qualcuno ha definito il lungometraggio del cinquantaduenne regista elvetico un polpettone insipido. Ho letto critiche spietate e in alcuni casi anche condivisibili, ma non sto a disquisire sulla regia e sulle interpretazioni. Dico solo che a me è piaciuto, ma a me i polpettoni piacciono e sono abituato a mangiare insipido. Quindi forse non faccio testo.

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