Il Bronx è nell’immaginario comune occidentale uno dei quartieri più malfamati di tutta la storia delle metropoli. Bronx è ormai sinonimo di degrado, quartieri pericolosi, delinquenza, droga e violenza. Ogni città ha il suo Bronx, come ama sottolineare la stampa locale quando qualcosa di brutto accade in questi luoghi. Leggendo qua è là è facile imbattersi nelle proteste dell’amministratore Ruben Diaz, che sta spingendo affinché possa essere sfatata la deleteria fama, in particolare della parte Sud, del borough più a nord fra i cinque in cui è suddivisa New York.
Rimane il fatto che in particolare negli anni ’70 da queste parti vivere non doveva essere per nulla facile. Certo, forse gli abitanti della zona non lo sapevano e magari preoccupati da problemi decisamente più ingenti (tipo mangiare e sopravvivere), nemmeno erano interessati alla cosa, ma in realtà stavano vivendo nel bel mezzo di uno dei quartieri che più ha dato a livello mondiale come stimolo culturale per i decenni successivi. Ancor oggi ciò che nel South Bronx era urgenza e desiderio di mettersi in mostra, comunicare, magari anche per scappare da quel luogo, è parte integrale della cultura “street”.

Murales, Danza, Musica, Abbigliamento. Erano gli anni della patinata disco music: brillantini e disimpegno. Ballo e camice dai lunghi colli a punta sopra il bavero di giacche sgargianti e sfiancate. Teste cotonate e camice di raso. A fare da contraltare, o meglio, da controcoltura, con una vera e propria rivoluzione colturale, le Crew che proprio nel Bronx hanno avuto i propri natali, creando e rivedendo gli standard di quell’epoca, ma gettando appunto le basi per molto di quello che abbiamo poi visto e che continiuamo a vedere oggi.
Questo è lo sfondo su cui si staglia la storia raccontata in “The Get Down”, nuova serie prodotta da Netflix. Colori, violenza, storie d’amore, di supereroi, di fantasia, creatività, coraggio, ineluttabilità e ovviamente tanta musica.
Una puntata pilota che è un vero lungometraggio (circa 90 minuti), poi altri cinque episodi da circa 60 minuti l’uno, in cui si racconta di come sopravvivere o morire in quel contesto, come la musica fosse un argomento estremamente serio, così come una delle poche possibilità per uscire dal “ghetto”. Intrecci di politica e storie che forse (come me), non conoscevate su questo, suo malgrado, celeberrimo spicchio di mondo.
Tanto ritmo a trascinare nella visione e viene spontaneo ingurgitare tutto d’un fiato. Vicissitudini gangsta e degrado. Bellezza ovunque emergere dai cumoli di macerie,dai palazzi in fiamme e dalla spazzatura. La proverbiale frase “The Bronx is Burning”, racchiude certo le fiamme che distruggono la città, fisicamente e idealmente, ma sarebbe il caso di guardarne il lato positivo: perché se è vero che brucia lo fa anche di speranza, di desiderio, di creatività: di vita!!! Nonostante i pregiudizi non ancora sconfitti ad oggi, anche se poi la moda ha provato anche pochissimo tempo fa a sdoganare uno dei bersagli, che qui troviamo in evidenza.
Storie inventate, a tratti esaltate. Il caldo torrido che viene raccontato e che esce dallo schermo appena un Technics inizia a girare…e pare sia solo l’inizio, visto che si attende già per il 2017 la seconda stagione. Lo ammetto, con impazienza.

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