Non mi ricordo esattamente nemmeno quando è stata l’ultima volta in cui sono andato ad un concerto dell’area “indie rock” ed affini. Il perché ho provato a spiegarlo ai tanti amici che ho incontrato durante l’attesa del live di ieri sera: non è che “rinneghi” il mio passato, ma proprio mi annoio un po’ a seguire le vicissitudini dei tanti musicisti che possono essere ricondotti in questa enorme (quanto impropria), categoria.

Ogni tanto, però, complice anche il desiderio di uscire un po’ di casa e dalla routine, mi avventuro ancora nel tentativo di non sentirmi fuori posto ad uno dei tanti concerti che per fortuna passano ancora lungo la Via Emilia e che mi danno l’idea di avere le caratteristiche per farmi trascorrere una buona oretta.
Non suonano molto di più Soulwax, che però cominciano in ritardissimo rispetto al cartellone: io questa pessima abitudine non l’ho mai digerita, figuriamoci ora che l’anagrafe giustifica i miei desideri geriatrici.
Tutti bianchi sul palco affollato da cavi e macchine di ogni tipo, tastiere, qualche strumento tradizionale, ma soprattutto tre batterie. Due ai lati, che sembrano disegnate da Gaudì, a guardarsi nella prima linea del palco dando così il fianco al pubblico, la terza in alto, in fondo, centrale.
Sono nella parte sinistra del pubblico, così ho di fronte una delle due laterali, quella che questa sera verrà pestata da un mito dei tamburi: Igor Cavalera, che chi non sa chi è, beh, non farà fatica a trovare notizie su di lui.

Il sound è quello ormai diventato tipico per i fratelli Dewaele, che se ne stanno in mezzo a guidare la danza e a muovere cursori e spingere tasti: l’occhiolino è ben più che strizzato alla musica dance, ma continua a non saper fare a meno dell’origine rock che il duo esaltava nelle prime uscite discografiche risalenti ormai a un paio di decenni fa. Il suono è a tratti ruvido, ma ben più frequentemente ruffiano. Solo che la bravura di questi due fratellini sta nel rendere elegante, quello che altrimenti sarebbe al limite del pacchiano.
Dopo pochissimo è comunque chiaro quello che aspetta il (purtroppo non numerosissimo) pubblico: un concerto fondato sulla pacca. Quella che imprime un ritmo irrefrenabile a quasi tutto il live, ed è davvero impossibile non farsi travolgere dalle ondate di ritmo. A picchiare sodo è in particolare Mr. Cavalera, mentre la sua dirimpettaia (bravissima!!!), ricama con ritmiche più ricercate. Il terzo batterista, spesso se ne sta in disparte, ma quando viene a dar man forte ai due colleghi, l’onda d’urto è spaventosa.

Sincopi e melodie sintetiche a tratti esplodono in una bolla d’entusiasmo, che coinvolge tutti, gettando secchiate d’entusiasmo sulle teste che ondeggiano incessantemente. Un’onda in piena che non si ferma se non dopo un’oretta di live tirato e coinvolgente.
Mentre esco dall’arena del concerto un ginocchio mi ricorda che non sono più un ragazzino, ma il battito del cuore, che a volte vale la pena tornare a rovistare nel proprio passato e non riesco a dire altro: CHE PACCA!!!

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