Un latrato. Aprire gli occhi e vedere una fagotto al proprio fianco che si muove ritmicamente nella luce fioca che attraversa la calotta della tenda mossa dal vento. Poi silenzio, quasi irreale. Faccio scorrere la zip e l’aria fresca entra invadendo il piccolo riparo. Il cane non abbaia più. Solo il vento scivola lungo le pareti avvolgenti del Prado, piegando la morbida erba ed increspando l’acqua limpida del Bargetana, che inizia a brillare del tenue arancione dell’alba, intenta a farsi largo fra il Passone e il Monte Cipolla.

Il vento s’infila sotto il mio fedele ed inseparabile camicione verde da montagna e sono felice di sentire la pelle d’oca salire per il freddo, dopo tutto l’inzuppare di sudore magliette e lenzuola durante le torride notti, giù a Piastrella Valley. Dalle altre tende intorno a me qualche colpo di tosse, qualcuno russa: “dilettante” penso sogghignando, autoironicamente, poi mi giro a guardare il Cusna. Ha una nuvola che ne segue la siluette, attorcigliandosi sfilacciata su se stessa. Pare un drappo leggero, che copre il Gigante, nel meritato sonno notturno, sfiancato dalle migliaia di passi che anche il giorno precedente ne hanno appesantito la storia.

Annuso l’aria leggera, passeggio sprofondando nell’erba folta, fra il profumo che le decine di varietà di piante e fiori regalano, con un mix unico e speciale legato solo a questi luoghi. Inizio a sentire freddo, quello vero, torno in tenda e riaccovacciandomi ripercorro nella mente il percorso che il giorno prima mi ha permesso di essere uno dei privilegiati spettatori di quest’alba, nel silenzio frizzante del cuore del parco nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano.
Lasciamo Piastrella Valley nel primo pomeriggio di sabato e in poco più di un’ora arriviamo in località Rescadore, poco sopra l’abitato di Febbio. Ci concediamo un caffè nel bar che serve la zona degli impianti sciistici. Aspettiamo gli ultimi elementi che comporranno la piccola combriccola e saliamo ancora in auto, fino a Pianvallese. Infiliamo gli scarponi, carichiamo sulle spalle i pesanti zaini con tende e sacchi a pelo e ci portiamo all’imbocco del sentiero CAI 615.
La faggeta che ci ingoia in un istante, procede in falsopiano per alcune centinaia di metri, lungo un sentiero largo, quasi una carreggiata che serve anche ai boscaioli di zona per spostarsi in quel tratto di bosco. Ci distraiamo e sbagliamo strada…subito: non l’avessi fatta cento volte mi arrabbierei con le segnalazioni scarne, che comunque tali sono, quindi: occhio! Appena il sentiero tende a salire si deve imboccare la deviazione a sinistra, che porta alla prima aspra rampa sassosa della via. Ci torneremo dopo aver inutilmente perso una mezzoretta a zonzo per i boschi.
La pendenza è subito severa e i cartelli a bordo sentiero indicano valori sempre intorno al 20%. Brevi tratti fanno rifiatare e godere dei profumi che arrivano lungo il corso del fosso scrosciante, in basso, alla nostra sinistra, assieme al venticello fresco che ci accoglie una volta usciti dal bosco. L’imponente arco glaciale del Passone può far perdere l’equilibrio, smarrire, può spaventare per la sua pendenza severa; a me la vista che si ha salendo la ripida scarpatella in cui si guada il fosso svoltando a sinistra, che scende dalle Spiagge Belle e dal Mongiardonda (di cui non conosco purtroppo il nome: mi aiutate?), regala sempre un sospiro di stupore e di libertà: oserei parlare di vera e propria euforia, che scaturisce investendomi dall’immensità di un luogo dai colori dolci ed accoglienti, quanto violentemente aspro nel trasformarsi in pochi metri in montagna dura e in alcune condizioni, anche pericolosa. Rispetto, dunque e attenzione!

Questa piccola esaltazione interiore aiuta nei primi passi lungo il sentiero, che sale lungo l’immenso pratone stoppato a sud dalla severa muraglia verde. La pendenza è costantemente da fiatone e tocca di tanto, in tanto fermarsi a rifiatare. Gli ultimi alberi lasciano il posto ai mirtilli e all’erba mossa dal vento, che regala un verde brillante all’intero anfiteatro naturale. Dopo un lungo pendio in linea pressoché retta, ci si trova a dover scartare bruscamente a sinistra nella prima svolta di una impervia serpentina, con cui inizia il tratto più duro dell’ascesa verso la sommità del Passone. Il Vallestrina osserva quieto sulla nostra sinistra.

Dopo alcuni tornanti su fondo sempre più sassoso e stretto (mai veramente pericoloso o scoperto, ma attenzione che lungo la via, in questo punto sgorga costantemente acqua che può rendere viscide alcune delle rocce necessarie all’appoggio, soprattutto in discesa), arriviamo ad affrontare una breve, ripida rampa scalinata che spiana riportandosi con un ultima svolta a 90° verso destra, su fondo erboso e soprattutto a godere dell’aperto panorama sull’appennino reggiano e modenese, che dolcemente declina nella pianura padana. Un’autentica terrazza che offre uno sguardo mozzafiato. Con le ombre lunghe della sera che avanza, uno spettacolo da cui è difficile staccare gli occhi.

Il più è fatto: gambe e schiena ringraziano! Ancora poche decine di metri di dislivello, che sale dolce per alcune centinaia di metri, la croce di canne metalliche del Passone ben visibile sul piccolo culmine alla nostra destra e un asino che raglia dalla cresta del monte Piella che si staglia ancora più ad ovest a chiuderci nell’ultima conca, prima dell’esplosione di meraviglia che si aprirà a sud del crinale del Cusna.
Ci sediamo un attimo ad assaporare il gusto della piccola, ma pur sempre soddisfacente impresa, guardiamo ad est verso il Passo delle Forbici e il Lama Lite, mentre in direzione opposta si apre la valle dell’Ozola sovrastata dalla costa delle Veline, e dritto a noi, il percorso scende morbido verso la conca in cui è posizionato e già visibile il Rifugio Battisti, dove arriviamo alcune decine di minuti più tardi. Giusto il tempo per organizzarci e in 4 su 6 ripartiamo veloci lungo il CAI 605, che dopo poco si ricongiunge con la forestale e il segnavia CAI 631. Ancora poco e ci aspetta l’ultima rampetta verso il Lago della Bargetana , che ripercorreremo anche a notte fonda, poche ore più tardi.
Formiamo il nostro piccolo accampamento a poche decine di metri dal lago e godendoci il tramonto che colora il cielo sopra il panorama, chiuso a nord dall’imponente crinale del Cusna, riscendiamo verso il rifugio. Purtroppo stiamo per imbatterci nell’unica nota dolente della nostra zingarata fra i monti: la cena e il trattamento che ci attendono non sono degni di un luogo storico e ormai mitico per il trekking in questa fetta di appennino. La montagna ha a mio avviso necessità di più passione, comprensione e condivisione: nulla di tutto ciò ci serba la serata al Rifugio Battisti. Peccato.

Ci rifacciamo da lì a poco, quando la notte ci avvolge e ci accompagna tiepida nel ritorno verso il nostro “campo base”. Spegnere le torce ed affondare lo sguardo nella volta stellata è da brividi. La via Lattea si staglia nitida sopra di noi e intorno le costellazioni prendono forma in maniera netta e inconfondibile, come nei disegni dei libri, brillando sopra le nostre teste e aprendo all’interno di esse percorsi impossibili da ignorare sull’immensità che ci sovrasta. Uno spettacolo che per un po’ ci godiamo sdraiandoci sulla morbida coltre a fianco delle nostre tende. Perdersi fra lo scintillio di luci antiche, che ci arrivano da distanze inimmaginabili, portando con se misteri che hanno ispirato l’uomo fin dai primordi e che anche oggi non trovano tutte le risposte necessarie a spiegare ciò che ad un certo punto è meglio limitarsi a guardare e godere, se non si vuole impazzire e se si vuole evitare di essere schiacciati; finalmente libero dall’inquinamento del luminoso progresso dentro al quale passiamo la gran parte delle nostre notti, il paradiso è a portata di retina e affoga i pensieri nel silenzio rotto solo dal crepitio di un falò acceso da qualcuno, là sotto, sulla riva dove si chiude il lago, prima di lasciare defluire l’acqua in un tumultuoso ruscello, che romba piano e nel buio pare il respiro profondo del Gigante, di cui s’intravede il profilo nell’oscurità.

Del primo, magico risveglio si diceva all’inizio, poche ore più tardi il sole ormai alto ci obbligava letteralmente a levare le tende e impostare il nostro rientro, che ci fa ripercorrere all’inverso la via del giorno prima. Ed eccoci, dopo aver risalito il CAI615, di nuovo al Passone, dove un vento fortissimo ci aspetta per rendere precario l’equilibrio e a regalarci una sensazione simile al volo. Le cinghie e i lacci dello zaino mi schiaffeggiano, schioccando rumorosamente. Improvvisiamo un balletto carico di felicità, inebriati dall’ossigeno che violentemente ci viene buttato nei polmoni, poi riprendiamo il cammino, volgendo un ultimo sguardo verso l’ansa del Prado che ci ha accolto e protetto per l’intera nottata.


Scendiamo non senza fatica verso Pianvallese, con l’erta del giorno precedente che si trasforma in una discesa piuttosto impegnativa per caviglie e ginocchia provate da una storia ricca di diverse distorsioni e costrette a supportare qualche chilo di troppo: non solo quelli dello zaino. Una volta terminata la serpentina e tornati nella prata che solo il pomeriggio prima faticosamente salivamo, ci fermiamo a rimirare di nuovo il paradiso che ci circonda. Seduti nel vento che fa danzare i primi alberi e gli arbusti, ci concediamo qualche istante di riposo prima di farci riassorbire dalla faggeta e giù, fino alla fine di questa spettacolare avventura, fra nuvole, vento, natura, silenzio e soprattutto le stelle, che mi continuano a brillare dietro gli occhi.


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