AVVERTENZA PER CHI NON HA VISTO LA SERIE: Post a bassissimo contenuto di spoiler, ma occhio, che non voglio mica responsabilità.

Durante l’inverno scorso ho deciso di abbonarmi alla streaming TV Netflix e da quel momento ho iniziato a chiedere suggerimenti ad amici e conoscenti su quali serie guardare e quali evitare. Devo dire che mi sono trovato a registrare l’entusiasmo quasi all’unanimità dei suggeritori di fiducia su un titolo: “Breaking Bad“.
Le stagioni prodotte sono 5 per un totale di 62 episodi dalla lunghezza media di 47 minuti (poco più di due giorni non stop, se uno volesse fare la follia): un bel mattoncino, che per un po’ mi ha scoraggiato nell’iniziare l’impresa: soprattutto
perché sono uno che quando inizia una cosa, non riesce a lasciarla a metà (unico motivo per cui ho visto per intero Balla coi Lupi e robiglia simile).
Alla fine, però, non posso che cedere, perché tutti insistono nel dirmi che è una serie bellissima (anzi il commento molto young più diffuso fra quelli degli amichetti di mezza età è: “è una figata!”).
Parto sospettoso, ma cedo fin da subito alla fotografia e alle ambientazioni (Albuquerque – New Mexico, che fino a quel momento collegavo solo alla pop/rock band The Shins): il blu del cielo e l’ocra del deserto, quelle nuvole gonfie e bianche come panna montata a perdita d’occhio.
Poi c’è lui, con quella macchina da nerd: Mr. White, Walter White (Brian Cranston), che mi fa scappare subito uno sbuffo di ilarità: questa incarnazione del simpsoniano Ned Flanders sarebbe il cattivo? Mai risata fu peggio riposta. Non dico altro per rispettare la premessa.
Poi arriva lei e ti fa capire che quello che fino a pochi istanti prima ritenevi assurdo, impossibile, stupido, può divenire reale: detestare in maniera profonda, vera, viscerale un personaggio di una fiction. Questo accade quando te lo creano così incompatibile con il tuo senso di decenza, di empatia, di come stare al mondo senza fiaccamenti di palle.
Skyler White (che nome del cazzo!!!) è il piccolo capolavoro di Vince Gilligan e Anna Gunn, che la interpreta, deve essere veramente un genio o una troia maledetta per riuscire a risultare così urticante fin dal primo momento in cui compare sullo schermo. Nonostante il pancione che richiamerebbe ad un senso di ultra rispetto, ogni smorfia pacchiana della sua bocca accende l’istinto all’odio per lei. Insopportabile dall’inizio alla fine e il figlio disabile ne è un piccolo clone. Una famiglia di merda, noiosa, antipatica, tronfia, ipocrita e arricchita pure dalla petulante sorella di lei e dalla boria di un poliziotto ciccione e dalla battuta facile, ma sempre orrenda, volgare come il cibo che ingurgita e il l’orgoglio che trasuda: il cognato
Hank Schrader (Dean Norris).
Fortuna che c’è il tossico simpatico e sensibile, quello che speri ottenga la sua rivincita. Jesse Pinkman (Aaron Paul), se ci si pensa, alla fine è davvero una nota rosa, anche se parte con gli sfavori del pronostico.
Poco meno di 3000 minuti di ribaltamenti di fronte, di sorprese, di epifanie, di cazzotti nei reni al nostro borghese senso della logica, il cui solaio si sfonda a ripetizione, facendo piombare le nostre fragili sensibilità a rovistare, scorticandosi negl’inferi della malvagità…
ma sempre ineccepibilmente razionalizzata. Condiscono in aggiunta: un’inevitabile dose di spara, spara; cattiveria che scroscia come l’acido nei vasconi per la preparazione della metanfetamina; altri personaggi clamorosi, che compaiono e scompaiono, quando li pensavi eterni e fondamentali, altri come l’avvocato dalle tinte sgargianti e dalla moralità ballerina Soul Goodman, che si meritano addirittura una serie tutta propria (che per ora non intendo guardare).
I colpi di scena, le gag, trovarsi a ridere di fronte
allo scabroso, all’orrido ad annuire con la testa sul divano di fronte ad una scelta che, stante le cose che si sono vissute con i protagonisti fino a lì, pare anche allo spettatore inevitabile ed ineccepibile: ma in realtà è rivoltante se portato nelle nostre vite reali. A volte il ritmo rallenta e ammetto di aver dovuto staccare un po’ (proprio per voglia d’altro ed una sorte di overdose), dopo poche puntate della 4a serie, che parte lenta e che a mio avviso, almeno nella primissima parte assieme alla 2a è forse la più riflessiva e intimista…quindi meno avvincente sull’istante, quanto fondamentale per il risultato finale…
…il finale: chiaro che non ve lo racconto, ma il consiglio è, se deciderete di fare questo viaggio nella più tenebrosa, quanto insospettabile, lucida malvagità, è di non fermarvi fino in fondo, ma di arrivarci imparando dal percorso ad essere un po’ come Heisenberg: cinici, distaccati, logici calcolatori…altrimenti preparatevi a respingere la nausea e a distogliere lo sguardo…


Lascia un commento