Viaggiare, anzi, girare in moto è una di quelle cose che per problemi di tempo faccio meno di quanto vorrei ed anche se non credo di essere riconducibile alla categoria biker sfegatati e tutti d’un pezzo, quando posso inforco le due ruote, esco dal centro di Piastrella Valley e mi avventuro per le strade e stradine che certo non mancano, qualsiasi sia il punto cardinale sulla quale la bussola del caso indirizza le prime smarmittate bicilindriche.
Amo le zingarate, cioè quando sai da dove parti, ma non sai se arriverai esattamente dove avevi pensato, senza porsi il problema di come e soprattutto di farcela. Lasciarsi conquistare dal nome di un paesino e seguire le indicazioni anche su strade semi bianche, per poi scoprire una volta raggiunta la località, che non si sono nemmeno degnati di costruirvi una chiesetta, tanto è sperduto e anonimo; infilarsi su direttrici secondarie o vecchie carraie nel mezzo del nulla, affrontando buche e trattori, per scoprire vecchi panorami, osservabili così da inedite e speciali angolature.
A volte queste zingarate possono durare solo poche ore e mi portano semplicemente nei soliti posti, ma attraverso angoli celati fra boschetti e dietro colline, magari a pochi chilometri da casa, ma mai viste e neppure immaginate. In altri casi, come m’è capitato un paio di domeniche fa, il giro assomiglia ad una piccola Odissea: la deriva porta lontanissimi da casa, la conta delle curve batte sui tre zeri finali e il sedere dal dolore, come dopo una sonora sculacciata di quelle che da bimbo venivano riservate alla punizione per le marachelle più pesanti.
Quando arrivi in fondo, a volte non ricordi nemmeno più da dove sei passato, tanti borghi e scorci ti son passati sotto gli occhi, ma ci sono sempre alcuni episodi che non scordi e marchiano a fuoco la memoria di quelle giornate. L’acquazzone scrosciante che ti bagna fino alle mutande, le tette della cameriera al ristorante, un panorama mozzafiato o quella buca che a momenti non ti faceva baciare l’asfalto, regalando il batticuore da teenager innamorato, per la restante mezza giornata.
Questa volta, fra castelli visti di sfuggita in lontananza, gnocchi al pesto alla genovese (che la cameriera era gentile, però mica un gran ché), il profumo del mare che s’infila lungo le valli dell’entroterra dello scosceso appennino ligure, dove i vecchi del posto il mare non lo hanno saputo nemmeno immaginare fino a che la televisione non glielo ha fatto vedere; dicevo, per questo giro quello che mi rimane impresso, fra miriade di profumi che si sommano a quello del mare lontano, prima, sempre più vicino, poi, m’è rimasto stampato in mezzo agli occhi l’odore insistente e penetrante della benzina. Che mi porta in direttissima l’immagine di un vecchio seduto su una sedia di plastica, di quelle da giardino. Bianca…sotto, sotto, perché sopra bisunta come la tuta blu che raccoglie le membra appesantite del benzinaio, forse oltre che dagli anni, anche da qualche bicchiere goduto col pranzo di poche ore prima, traditi dal rossore del naso e delle ruvide guance.
Due colonnine del carburante, vetuste, con i numeri bianchi su fondo nero, quelli a scorrimento rotante, piantate senza nemmeno uno straccio di tettoia e di gabbiotto, in un piccolo angolo d’asfalto appena dopo il bar del piccolo paese immerso nella selva e lì a drizzare per poche centinaia di metri una strada tortuosa come i pensieri di un paranoico.
Scarpacce annerite dagli anni, pesanti si appoggiano fra macchie d’olio per venirci incontro, la sedia flette sotto il peso delle braccia che si fanno forza sui braccioli e la voce, unta come la salopette della Tamoil, che alla nostra richiesta del “pieno, grazie”, ci dice: “il pieno non posso, sennò agli altri del paese cosa gli do?”.
Credo che non ci siamo più abituati, ma a volte bisogna sapersi accontentare e smetterla di dare tutto per scontato. Non esagerare! Me lo sono ripetuto fino a casa e ogni tanto, assieme all’odore di benzina, mischiato al profumo del bosco e del mare, mi torna in mente a ricordare una domenica su due ruote.

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