Purtroppo non sono riuscito a seguire molto la fase finale del campionato europeo di Calcio, in svolgimento in Francia ed approdato ai quarti di finale. Inizialmente, lo ammetto, il disinteresse era prevalentemente legato al poco affetto nutrito per la Nazionale Italiana, non tanto per quella che pareva un’evidente deficienza tecnica rispetto alle più blasonate partecipanti alla disputa continentale, ma, devo dirlo, per una forte antipatia da sempre nutrita per il CT Antonio Conte, che non intendo celare nemmeno ora che mi sono tolto il cappello per omaggiarlo dell’impronta che ha saputo dare alla squadra.
Da qui alla fine del torneo mancano ancora tre battaglie, un’eternità, per chi vorrà accaparrarsi la coppa e quindi potrebbe risultare prematuro abbozzare un’analisi su quello che sta accadendo sui campi disseminati su territorio transalpino, ma io credo che un dato sia emerso e anche grazie alla Nazionale Italiana.
Il Tiki-Taka
non è più vincente: se dio vuole, aggiungo io. E non ce l’ho certo (solo) con la Spagna, che ne ha fatto inequivocabile, imbattibile (fino a 4 anni fa), marchio di fabbrica.
Sono anni che digerisco a stento la stucchevolezza di infiniti passaggi a centrocampo, che portano la palla al limite dell’area avversaria, per poi infrangersi contro il muro di difese asserragliate in maniera medioevale, per poi costringere a ripartire passando dal proprio portiere con questo noiosissimo, quanto asettico stile di gioco. Certo, se in campo c’erano i migliori Xavi e Iniesta, oltre che a tratti più divertente, questa tattica basata sull’infinito possesso palla dava i suoi frutti e due europei + un titolo mondiale ne sono testimoni. Triste era però vedere squadre dai piedi di ghisa cercare goffamente di scimmiottare i paladini iberici. Il pensiero unico pretendeva figure barbine ad oneste squadre operaie, da sempre ben volute nel mondo del calcio…ma cadute in disgrazia, sacrificate sull’altare del possesso palla.
Il risultato a cui mi sono spesso trovato di fronte era quello di una melina apocalittica, strappabudella, buona solo per fare passare la passione che da sempre nutro per questo gioco. Partite senza nemmeno un tiro in porta. Portiere con guanti intonsi e centravanti con la maglietta ancora segnata dalle pieghe del ferro da stiro, al novantesimo. Anche al novantaciqnuesimo. Se ti andava bene, nella noia più totale, saltava fuori un Ibrahimovic o un CR7 che s’inventavano una cosa tutta da soli e sull’oretta e mezza del match, rendevano interesante 30, 35 secondi netti. Una roba da appassionarsi al Cricket (con tutto il rispetto, per i Indiani e Britannici).
Poi finalmente arrivano l’Islanda, L’Irlanda del Nord, l’Ungheria e anche l’Italia.
Nel linguaggio degli spogliatoi di queste selezioni la parola fuoriclasse è un controsenso tattico, giusto per un paio di queste, comunque un’esagerazione con cui vezzeggiare buoni giocatori che a sprazzi (spesso molto, molto radi), riescono a cagare qualche viola fuori ordinanza. Dico finalmente perché queste son squadre (per quel poco che ho visto io), che giocano come si giocava al campetto della San quando io ero nei giovanissimi e negli allievi (per chi non è di Sassuolo o dintorni, parliamo di un’epoca in cui in Nazionale giocavano Giannini e Zenga e il campo in questione è di una gloriosa, ma pur sempre minuscola squadra di rione): cioè a pallone correndo, lottando e a volte calciando pure. Quando non c’erano le “ripartenze”, ma semplicemente se conquistavi palla l’unica cosa sana di mente da fare era correre più veloce possibile verso la porta avversaria, con meno passaggi possibile per poi scanellare in porta o fare un cross per il giandone impegnato a sbattagliare col rognosissimo stopper avversario (trad: tirare forte in porta o passare con un traversone alto al ragazzo allampanato che giocava come attaccante centrale con la tua stessa maglietta, ma con un numero diverso dal tuo, di solito il numero 9).
Alcune di queste hanno già finito la propria esperienza, altre forse torneranno verso casa da qui a domenica prossima…ma a me pare evidente che abbiano dimostrato che il tiki-taka non solo non è per tutti, ma che sia divenuto anacronistico.
Torna di moda quello che mi dicevano i vari allenatori che ho avuto da ragazzo: se non corri e non ci dai, a giocare a calcio non vinci. Almeno io lo spero, perché secondo me ci si diverte di più che con 10 punizioni di Messi e perché mi ricordo che anche Maradona, che le tirava meglio del suo celeberrimo successore, giocava sgomitando, nel fango e correndo tanto, magari nel pantano, più forte degli altri con la palla al piede, quando il tiki-taka era solo il nome pronunciato male di caramelline bianche in scatoline colorate. E per questo, per me, che rimane il migliore di sempre.
Tiè!

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