Forse è sempre stato così e non me n’ero accorto io, o può darsi che con l’accorciamento delle distanze di dialogo grazie ai social e alla tecnologia risulti più evidente e lampante, ma mi pare che oramai si affoghi nell’autoreferenzialità, nel “esiste solo se mi riguarda” e/o “se tocca la mia sensibilità”.
Credo che questa caratteristica del popolino (o per accontenare tutti “della geeente”), sia devastante e per quanto mi riguarda più irritante di un ruzzolone in un fosso pieno di ortiche.
Parto da lontano, ma cerco di arrivare presto al punto: un concetto deve valere in linea generale, ergo, inzupparlo di unità di misura soggettive come il personale buon senso o le eccezioni che confermano la regola, non fanno che screditarlo, depotenziarlo, annichilirlo. E mi pare che ciò sia ormai all’ordine del giorno.
Chi è dotato legalmente della cosidetta capacità d’intendere e di volere, non dovrebbe tollerare che qualcuno gli faccia da mammina: deve poter scegliere cosa leggere, cosa guardare, cosa mangiare, cosa bere; tutto ciò nel rispetto di leggi che tutelino un reale interesse generale, non la morale o le idee di qualcuno, ma solo la possibilità che ognuno sia libero di esprimere le proprie. La legge non deve giudicare rispetto a questa o quella morale, diffusa o meno essa sia: deve tutelare la comunità. Un ubriacone, per quanto socialmente e moralmente disdicevole possa essere considerato, è sanzionabile solo se diventa violento, se si mette alla guida e in generale se concretamente pericoloso per gli altri. Ma non è così ovunque e su tutto…purtroppo.
Prendiamo la censura. È una di quelle cose che non riesco a sopportare, alla quale non riesco a trovare giustificazioni ed in questi giorni ci sono stati un paio di esempi che mi hanno ricordato il perché sia un male da cui tutti noi siamo tentati e nel quale la nostra incoerenza rischia d’inciampare in maniera grottesca.
Qualche giorno fa il quotidiano “Il Giornale” ha deciso di allegare alla propria uscita una copia del “Mein Kampf”, come scrivevano loro in un lancio commerciale, il delirante libro di Adolf Hitler che teorizzava ciò che si è poi concretizzato negli anni del Nazismo. Oggi Su Facebook la pagina satirica “Jenus” s’è vista censurare una vignetta…questa:

Due cose differenti? Per me, concettualmente, rispetto alla censura, meno di quanto si possa pensare. Cerco di spiegarmi.
La critica a questi due elementi si basa sull’eventualità di esistere e di essere diffusi, quindi, per stare alle pretese ed alle proteste dei rispettivi detrattori (che in un mondo di incastri perfetti tenderebbero ad elidersi a vicenda), dovrebbero scomparire: essere censurate senza se e senza ma, in quanto offensive di una sensibilità specifica. Un ricatto insomma: decido io ciò che vale la pena leggere o no, ciò che offende il senso comune oppure no. Io chi? Non s’è capito bene. Almeno io non l’ho capito.
Prendo il terreno più minato, per quanto piuttosto rischioso: a me il “Mein Kampf” in sè non urta. Anche se fosse, però, sarebbero affarmi miei. A me urta e devasta il fatto che i concetti del criminale che lo ha scritto abbiano trovato proseliti e applicazione e che ciò possa di nuovo accadere (e purtroppo pare che ogni tanto accada, magari ad opera di chi probabilmente non ha mai letto nemmeno un “Topolino” figuriamoci, quel mattone noioso e malscritto). Ma ripeto quanto ho già detto in più di una discussione su questo argomento: l’olocausto non è stato causato da un libro, così come dell’inquisizione non è colpevole la Bibbia, bensì dalla follia che ha avvinto un popolo e quindi dalla mancata capacità dell’umanità di bruciarne l’esistenza concettuale con l’assenza di considerazione e magari anche la condanna, la resistenza culturale dei più, prima che si arrivasse a cedere al richiamo forcaiolo e quindi al desiderio o alla presunta necessità di bruciarne le pagine. Nella storia dell’umanità le idee folli esistono da sempre e se arrivano a devastare frammenti di storia, comè stato per il nazismo, non è perché qualcuno le grida, le scrive e le propaganda, ma perché attecchiscono nelle persone comuni di cui, facendo leva sull’egoismo e sull’avidità, violentano la compassione e l’empatia umana, con visioni autoreferenziali del mondo e questo accade contemporaneamente ad un numero sufficiente di persone per fare massa critica. La censura, i roghi, non possono fermarle, perché la storia c’insegna, a volerla quantomeno sbirciare, che la feritoira da cui passare ed insinuarsi come uno spiffero lo troveranno sempre, sfuggendo ad inquinare i campi della civiltà. Ma, scusate il gioco di parole, se la coltura è protetta da una cultura solida, che non accetta la scorciatoia dell’odio, la superficialità del capro espiatorio e che si riconosce nella condanna alla prepotenza e all’arroganza, che bisogno c’è di censurare? Che è nascondere. Il “Mein Kampf” diventa di per sè quello che è: una montagna di letame (visto che ormai siamo in metafora agronomica); leggerlo magari può servire per ricordarsi di non abbassare la guardia e fin dove può arrivare la follia umana. Se invece farlo infetta, vuole dire che la democrazia e il senso di civiltà generali erano già feriti profondamente e i problemi sono ben più gravi del dover far i conti con una mente malata…e i problemi se non li risolvi prima o poi deflagrano. Basti pernsare che per anni quel libro e quindi le sue sconclusionate idiozie sulla razza e quant’altro erano rimaste inascoltate e perfino sbeffeggiate dallo stesso popolo she solo pochi anni dopo decise di utilizzarle come nuova ispirazione: con profondo e disgustoso opportunismo, cinismo e vigliaccheria del morte tua, vita mia. La provocazione, se di questo si tratta, di chi lo allega al proprio quotidiano è figlia della situazione e diventa pericolosa in funzione di questa, non per l’atto in sè. Possiamo quindi decidere che oggi come oggi è necessario entrare in un regime di commissariamento culturale, perché riconosciamo troppo debole la nostra democrazia dal sapersi difendere con l’istruzione e l’educazione, quindi con concetti ben saldi del concetto di umanità e di civiltà. Ci sta, può essere una soluzione. Che a me non piace e che credo solo l’anticamera di una dittatura culturale. Quella che magari, a caduta, può sentirsi in diritto di censurare la vignetta di Jenus, perché offensiva di un sentimento di una certa tradizione…e bla, bla , bla.
Troppo pericoloso! Credo che l’idea migliore sia lasciar dire a tutti ciò che vogliono, anche la cosa più aberrante e disgustosa di questa terra (tona la domanda, per chi e in base a cosa, poi?). Poi però ne deve pagare le conseguenze: non con tribunali o inquisizioni, ma con il giudizio basato sull’interesse comune formulato da una società matura e per l’appunto salda sulle fondamenta del rispetto, della tolleranza e della libertà individuale, che rifugge il dogmatismo (religioso o politico che sia) o l’emozionalità come linea guida. Troppo? Può essere: ma non vedo alternative a un mondo in cui tutti sentono il diritto di imporre la propria idea, con qualsiasi mezzo e di fatto di tappare la bocca a quelli che sono fuori dal coro. Una rissa costante, che è proprio quella in cui mi pare ci siamo andati a ficcare, solo per non ammettere che la propria sensibilità individuale non può avere la stessa valenza ed importanza del bene comune. Il mondo non ruota attorno a noi e alle nostre abitudini, che possiamo tutelare solo se impediamo che chi ne ha di opposte, ma non contraddittorie al bene comune possa fare lo stesso.
Guardandomi intorno devo ammettere che è dura dover lasciar posto al diverso e specialmente a ciò che ci sembra sbagliato (ma che non per questo possiamo pretendere sia definito tale in senso assoluto), ma, per quanto sia convinto che non tutte le idee possano ritenersi dignitose, penso che tutte debbano godere del diritto di esistere e che l’unico modo per rendere innocue quelle che riteniamo deleterie sia lavorare sull’educazione all’umanità e alla civiltà. Tutto il resto è un ricatto e prepotenza: autoreferenzialità.

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