Tutti gli anni è la stessa storia…sarà assurdo, finanche stupido, ma non ci posso fare niente. Ed anche questo giro, dopo 35 anni, patatrack. Mi si spezza il cuore, sento la pelle d’oca, mi rimbomba in testa quella vocina flebile e mi fa male, malissimo. Nemmeno il peggiore dei miei incubi ricorrenti, tipo quello in cui entro in una cabina al mare, incontro il diavolo, mi sveglio in una vampa di calore e in un bagno di sudore, che almeno quello non lo faccio più da anni.
Di cose brutte ne ho viste, chiaramente ne ho vissute e a volte le cicatrici bruciano, ma una di quelle che non mi s’è mai rimarginata è quella provocata dalla storia di Alfredino Rampi. Ripeto: sarà assurdo, stupido, insensato, ma io non l’ho mai digerita. Neanche fosse stato un mio amico. È una di quelle assurde ingiustizie che mi s’è aggrappata all’anima e ogni 10 giugno, mi fa partire i crampi allo stomaco.
Essendo quel povero bambinetto straziato dalla sfortuna praticamente mio coetaneo, o perché come molti bambinetti dell’epoca avevo anch’io una canotta come quella che Alfredo indossa nella foto che ci ha fatto conoscere il suo viso sorridente (ed infatti da quel momento non ho mai più voluto portarla ed odio le canotte) e poi per un perché che non so nemmeno io, non ho mai potuto fare a meno di essere risucchiato dall’immedesimazione.
Rivista dalla prospettiva di oggi viene da dire che quella diretta della RAI, le interviste al papà e i pianti della mamma, quella vocina che arrivava dal profondo della più cupa sofferenza e del più atroce terrore, sia stata un’enorme porcata. Lo dicono in tanti che lì è cominciato il giornalismo sciacallo, quello che mercifica le tragedie, rendendole di plastica e di cui è imbottita la TV odierna, ormai da anni. Ma mi vien da dire che all’epoca non la vivemmo così e forse non era nata così, perché era la prima volta e perché non si sentiva proprio nell’aria il bisogno di approfittarsene del dolore, di spettacolarizzarlo, in quel periodo in cui la società era ancora ingenuamente attaccata alle piazze, più che ai telecomandi. Ma in realtà cosa vuoi che ne sapessi io a 7 anni di tutta questa roba qua e della P2 e tutte le teorie che poi saltarono fuori, compresa quella del maniaco che ce l’avrebbe buttato in quel buco, Alfredino.
Io ricordo la TV sempre accesa in una casa in cui lo era rigorosamente col contagocce e mia nonna pregare, col rosario di Lourdes in mano; poi ricordo che tutti, anche i grandi avevamo i lacrimoni, quando dalla TV dissero che Alfredino non ce l’aveva fatta. La TV fu spenta immediatamente dopo l’annuncio, senza aspettare i commenti o le disamine, che non ricordo se ci fossero poi state, ma non credo. Il silenzio del dolore. Apettai a crollare nel pianto, la sera nel letto, sotto le coperte. Di nascosto (credo…). Io poi per un po’ ho fatto fatica a dormire alla notte e non riuscivo a non pensare a quanto era stretto e buio per lui quel cunicolo e mi venne paura del buio, che non avevo più da anni. Pensavo se ci fossi finito dentro io e da quel momento guardavo ogni buco nel terreno con terrore.
Terrore…ecco cosa mi ha attaccato quella storia. Quello che supera la paura della morte e il freddo cinismo. Dicevo dell’immedesimazione, talmente potente che a volte mi viene da pensare a quante cose io abbia fatto e vissuto dai sette anni ad oggi e che lui invece no, ma la cosa che mi da un vero senso di dolore e mi annoda la gola è il pensare al terrore che Alfredino deve aver provato, prima di spegnersi, più forte della sete, della fame e del dolore fisico. Non lo reggo e devo semplicemente smetterla di pensarci. Ma per qualche giorno faccio fatica.
E mi viene ancor adesso su un magone che non so spiegare e forse scriverlo me lo allevia…almeno spero. Ma di farmene una ragione, oh, ci ho perso la speranza. Io il terrore dei bambini non lo tollero, non gli so dare giustificazione e se avessi una bacchetta magica vorrei che non esistesse più; e credo di aver scelto Alfredino come icona di questo mio sentimento.

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