Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Racconto breve – Bar Snob di Fabio Manelli

La settimana scorsa ho avuto il piacere di ricevere la visita di Fabio Manelli al bancone del Bar Snob e quel satanasso che fa? Mi regala un racconto dedicato, che mi pare il minimo riportare anche qua.

Buona lettura e di nuovo grazie a Fabio!

RACCONTO BREVE
BAR SNOB
Stavo seduto da un po’ di tempo, fissando la schiuma nel bicchiere. Aveva un aspetto sempre meno invitante, ormai non sembrava nemmeno schiuma. Sembrava quasi essiccata, rancida. Da quanto ero perso nei miei pensieri? Impossibile saperlo. Di sicuro abbastanza perché mi si addormentasse un braccio. Doveva essere calda, ormai. La birra, intendo. Posai il bicchiere e sbuffai, contrariato. Nella vita niente sembrava durare un granché. Neppure la comodità di quel divanetto, nemmeno il sapore di quella birra. Guardai gli altri tavoli e solo in quel momento mi accorsi che il locale si era svuotato. Nonostante questo un Rock nostalgico continuava imperterrito a riempire l’ambiente, con una melodia tanto insensata quanto insipida. Io la musica non l’avevo davvero mai capita. Il braccio continuò a formicolare, riprendendo vita. Il barista, un piccolo uomo brizzolato e barbuto mi fissò, continuando a strofinare un bicchiere. L’avevo notato un altro paio di volte, quella sera. Mi sembrava non avesse fatto altro per tutto il tempo. Strofinare sempre lo stesso bicchiere e fissare me. Come si chiamava? Alberto, mi sembra. Mi alzai, più per sgranchirmi che per volontà. Il mio malandato corpo di quarantenne che aveva vissuto al limite, appena rimesso in posizione eretta, mi ricordò le sue necessità. Avevo bisogno di pisciare. Mi girai verso il solitario proprietario del locale, che d’istinto abbassò lo sguardo. Quel gesto mi irritò. Anzi, a pensarci bene mi fece proprio incazzare. Lo fece per rispetto, vergognandosi della maleducazione del suo continuo fissarmi? Oppure fu per timore, per paura? Mi capitava spesso, ma non riuscivo ad abituarmici. La gente aveva paura di me, delle mie cicatrici. 13245317_10209917940174056_1757018316784357187_nSe solo sapessero come le ho avute forse cambierebbero opinione. Sono tutti uguali. Ti giudicano al primo sguardo, alla prima parola. Sei deforme, pauroso, brutto. Allora devi essere un mostro, uno che mangia i bambini, che picchia le donne. Mi toccai i punti sulla fronte, e di riflesso il barista sembrò sprofondare in se stesso. Si fece ancor più minuscolo. Mi avvicinai al bancone, sovrastandolo dall’alto dei miei due metri. Volevo solo chiedere dov’erano i bagni. Solo quello. Perfino il Juke-box reagì. Emise un sibilo sgraziato, poi il disco che girava al suo interno gracchiò, cigolo, urlò. La musica scomparve di botto, rilasciando il vuoto nelle mie orecchie. Improvvisamente c’era così silenzio che potevo sentire il peso dei miei pensieri. Il piccolo uomo dietro al bancone sudava. Non c’era caldo, eppure lui sudava. Aveva ricominciato a guardarmi dritto negli occhi. Vidi qualcosa in quelle pupille scure che mi fece capire cosa stava per accadere. Afferrai con una mano il portatovaglioli in metallo, e lo alzai sopra alla testa, pronto a sfondargli il cranio. Le gambe cedettero, e mi ritrovai sul pavimento. Mi accorsi che anche io ero zuppo di sudore. Cosa stava accadendo? Perché non mi reggevo in piedi? Il portatovaglioli pareva galleggiare tra mie dita, mentre il petto sembrava strapparsi a metà. Il piccolo uomo ripose finalmente quel bicchiere, e fece il giro del bancone. Si chinò verso di me, che non riuscivo più a muovermi.
“Non fai poi così paura, vecchio mio. E’ arrivata la tua ora. Anche tu devi pagare le tue colpe.”
Capii tutto. La birra, la fottuta birra! Era stato il cartello a mandarmi in quel buco, e quello sarebbe stato l’ultimo viso che avrei visto. Non potevo andarmene così, però. Strinsi la mano con tutta la forza che mi era rimasta e caricai il colpo. Non se lo aspettava, no davvero. Sentii il rumore ovattato delle ossa che cedevano e le dita impregnate di quel liquido vischioso, caldo, vitale. Sangue e materia cerebrale. Il barista crollò di botto, al mio fianco. Avrei voluto scansarmi. Fanculo. Almeno non sarei morto solo.
“Come ti chiami, figlio di puttana?” Gli urlai.
Emise un suono, uno solo. Roco, gorgogliante, quasi inumano.
“Antonio.”



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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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