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Più che altro per non dimenticar(Si)


Dai al Quorum con la Testa

refeManca un mese esatto all’appuntamento col Referendum volgamente ribattezzato “No Triv” o “Anti trivelle”  di cui in tanti, troppi non sanno nemmeno dell’esistenza e di cui, purtroppo la stragrande maggioranza di noi non conosce i dettagli, indispensabilil per farsi un’opinione e quindi decidere se votare si e no.

Devo ammettere che per primo ho seguito tiepidamente fino a poco tempo fa le questioni legate alla consultazione del 17 aprile prossimo. Non per cercare facili giustificazioni, ma devo ammettere che non è stata tutta colpa mia (anche se quella fondamentale, sì, sia chiaro!). E dire che su certi temi, ho sempre avuto un’idea netta e credo dalla visione ampia.

Che i Referendum in Italia siano visti come delle evitabili scocciature almeno da una ventina d’anni, lo dimostrano i numeri (un riassunto piuttosto esaustivo, qui), visto che, se si escludono quelli del giugno 2011, trainati da argomenti come “Acqua pubblica” ed “Energia Nucleare” (a pochi mesi dal disastro di Fukushima) è dal 1995 che non si raggiunge il Quorum per rendere valido il risultato. Ricordiamo che per rendere applicabile il risultato dei Referendum in Italia, è necessario che alle urne si rechi il 50% + 1 degli aventi diritto di voto. Ormai una chimera da appunto un paio di decenni. Basti ricordare che si sono toccati numeri imbarazzanti, ben lungi da questa barriera: in alcuni casi intorno al 25% degli aventi diritto.

Senza addentrarsi per il momento nelle ragioni del Sì ed in quelle del No, vorrei ora fare un passaggio sull’opportunità di continuare ad utilizzare un mezzo costoso ed ormai ufficialmente detestato dal popolo italiano per dirimere questioni più o meno importanti. Cosa ne pensate? Vale la pena? Va cambiato qualcosa?

Sento parecchie persone chiedere di fare come in Svizzera, dove banalizzando un po’, il Referendum è lo strumento più utilizzato per le decisioni politiche del paese. Va ricordato che nel piccolo stato oltr’alpe gli abitanti sono circa 8500000…4 gatti, si direbbe, rispetto ai nostri circa 60000000 e che pure lì l’affluenza non è certo delle più entusiasmanti. Insomma, ritengo che il paragone non regga e che al contrario, l’uso massiccio certamente in buona fede, ma che ha sfiorato l’abuso da parte di alcune forze politiche negli anni ’90 (Radicali in testa), abbia sfibrato questa istituzione, depotenziandola e rendendola nel sentire comune, una macchietta. Di questo, anche oggi, qualcuno se ne sta approfittando.

Annullare il quorum, come in tanti auspicano, credo sarebbe uno strappo che ucciderebbe o quantomeno trasformerebbe questo strumento in maniera irrimediabile e sono convinto, con ricadute nefaste sul senso che una consultazione popolare deve avere: quello di essere condiviso e quindi di partire dal basso, di trovare fondamenta solide nel sentire comune. Ma qui temo stia il problema: pare che ormai nessun problema ci tanga, che tutto sia lontano da noi. Che nulla c’interessi. Sbatto sempre la testa qui, lo so, perdonate se divento ripetitivo, ma ritengo che l’egocentrismo spinto, il personalismo che ci porta a volere l’uomo forte al comando, capace di decidere per tutti, sia la peggiore delle derive a cui possa abbandonarsi un paese che ha conosciuto una dittatura meno di cent’anni fa e che non ha mai veramente imparato a decidere del proprio futuro, uscendo dall’interesse dell’oggi e dall’essere succubi delle scelte altrui. Dobbiamo ridare forza alle opportunità democratiche, invece che affossarle cinicamente e con una pigrizia che ha del proverbiale. Quindi, per chiudere questo ragionamento, credo che sì, si sia abusato del Referendum e che questo sia stato un errore imperdobile, dettato dalla testardaggine miope di chi lotta da talmente tanto tempo che continua a farlo con lo spadone, quando ormai da anni sono state introdotte sui campi di battaglia le mitragliatrici. Ciò però non vuol dire che questo strumento debba essere stravolto e/o abbandonato, ma solo rinvigorito, ricontestualizzato e tutelato. Per impedire che chi vule approfittarsi della sua attuale debolezza, lo continua a fare sornionamente e aggiungerei, prepotentemente, per imporre con un certo grado di astuta vigliaccheria il proprio interesse, a tutti i costi.

Per tornare al Referendum del 17 aprile prossimo, credo che si sia fatta la scelta scellerata di affossarlo. Di cosa si ha paura? Di non poter dire che la sensibilità dovrebbe concentrarsi sul futuro e sul coraggio di fare una scelta politica, forse ora sconveniente, ma a detta di gran parte degli scienziati impegnati sul tema energetico, indispensabile, per poter parlare di futuro? Si vuol forse passare alla storia come risolutori di un problema economico, quando poi si rischi di qui a poco, di non avere più una storia? Continuare a non ascoltare chi ci dice che un’inversione di tendenza è obbligatoria per poter avere ancora una scelta è a mio dire al limite dell’assurdo. Qui non si discute più su è giusto o sbagliato, qui si traccia la via per un futuro possibile o per l’autodistruzione. E nonostante tutto, forse in maniera meno consapevole del dovuto, ma in Italia, giusto cinque anni fa, una scelta da molti ritenuta assurda, è stata fatta in questo senso.

Se prendiamo il Nucleare, ad esempio, abbiamo avuto il coraggio di andare controccorrente rispetto a gran parte dell’Europa e di tracciare una linea netta, di prendere una decisione. Qualcuno dice: a cos’è servito, visto che le centrali sono a poche centinaia di Km da qui e se dovessero esplodere ci rimetteremo anche noi? Credo che sia servito a tracciare un percorso, che va al di là della bolletta della corrente elettrica del prossimo trimestre, ma cerca di proiettare un’idea nel futuro e quindi instillare un dubbio, a mantenere fermo un principio. Ragionando solo sull’interesse del momento (logiche inconfutabili se si guarda solo al proprio conto in banca di dopodomani), stiamo disintegrando il mondo.

Con il Referendum del mese prossimo non ci saranno ricadute immediate nè sull’economia, nè sull’occupazione, come qualcuno vuole racontarci. Non succederà quasi nulla nell’immediato. Questo va detto ai sostenitori di entrambe le parti: va bene convincere le persone, ma sarebbe meglio farlo dicendo la verità. Il cercare colpi di scena mi piace poco, anche se mi stanno spiegando che è necessario per riportare l’attenzione sul Referendum stesso, che, non nascondiamocelo, è a fortissimo rischio di finire nel cestino del pattume. Continuo a non amare la comunicazione furba, ma capisco e devo dire che quando si partecipa ad un gioco sporco, pretendere di uscirne immacolati è come segnare la propria sconfitta a priori.

Concludo con due considerazioni, una sull’opportunità di andare a votare, due su cosa credo si debba votare e pèrché.

Bisogna andare a votare per ridare forza al Referendum come forma di partecipazione che sminuita e dissanguata, toglie potenza alla nostra consapevolezza. Ci toglie responsabilità, questo è vero, ma anche libertà.

Bisogna andare a votare “SÌ”, perché il coraggio di guardare avanti non è più una scelta, ma un obbligo se si vuole continuare ad avere un orizzonte possibile. Se non si ferma l’idea di non poter fare a meno del petrolio, se non si dice chiaramente che si pretende che le risorse debbano essere indirizzate alla ricerca delle energie sostenibili, credo si stia rinunciando al futuro. Io lo credo, la scienza, da un po’ ce lo sta dicendo a chiare lettere. Tracciamo una linea, diamo le dritte. Guardiamo oltre e non abbiamo il timore di rimanere soli: i buoni esempi sono oltre che indispensabili, più contagiosi di quanto la mentalità della furbizia voglia farci credere.

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

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Antonio “Zanna” Zanoli

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