Bar Snob

Più che altro per non dimenticar(Si)


Radio Spazio

È passato un mese giusto da quando pubblicai uno dei miei primi post, uno di quelli che definirei “introduttivi” e che s’intitola “On Air“, in cui cercavo di giustificare a me stesso e al mondo il perché avevo deciso di aprire solo pochi giorni prima il blog che state leggendo e soprattutto perché a 40 anni suonati (e passati), continui a sentire l’impulso, l’urgenza e la voglia di mettermi in uno studio e parlare da solo con un microfono.Immagino, non con falsa modestia, ma con un briciolo di sano realismo, che dall’altra parte ad ascoltare, probabilmente, non ci siano mai più persone di quelle che potrebbero udirmi se organizzassi una chiamata di gruppo su Skype. Comunque, questa flippa, m’è rimasta. È cresciuta, passando da tappe più o meno importanti, che promettevo avrei cercato di riprendere singolarmente, dopo un abbozzo sintetico in quel post. Iniziamo?

Oggi parliamo allora della primissima volta: di Radio Spazio!

Dicevo, quindi, che era il 1992, avevo da poco la patente e mi contendevo con la mamma l’utilizzo di una Panda 30, blu scura, coi seggiolini non reclinabili e imbottiti di cartone compattato o qualcosa di simile. Ti dovevi avventurare poco fuori l’abitato di Sassuolo, verso Magreta, in quella terra in cui la zuffa fra l’industra ceramica e la ruralità regalano scorci che abbinano squallore e non senso urbanistico, ai verdi campi affacciati sulle rive martoriate del Fiume Secchia. Lì in mezzo, sorniona, stava in una stanzetta di un vecchio e scalcinato casolare Radio Spazio: abusiva e lozza.

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Prima tappa era una casa isolata, sulla sinistra, lungo la strada, subito dopo la Ceramica Marca Corona, dove ti dovevi fermare cercando di schivare i camioni che sfreggiavano spavaldi fra polverulenti sbuffi della ghiaia appena caricata nelle vicine cave. Sul davanzale di una finestra del pian terreno di una casa bifamigliare, fra agli e cestelli del vino, c’erano le chiavi per entraqre in radio. Intascate si ripartiva fra clacsonate e bestemmie ad alta velocità per percorrere un’altra decina di centinaia di metri. A destra, in fondo ad un viottolo fangoso e/o polveroso a seconda del clima, nel pieno della campagna, si poteva parcheggiare in un’aia non recintata, disordinata e trascurata. Pezzi di attrezzi agricoli, una botte per dar l’acqua alla vite in palese stato di degrado e un garage dentro cui le cose erano buttate a caso ad arrugginire. Poi il portone con su il cartello che ti confermava che eri nel posto giusto “Radio Spazio” e il buio umido delle ripide scale in cotto, un pianerottolo pieno di calcinacci due rampe più su e la porta in legno chiaro dietro la quale stava, immersa nell’odore di muffa e sigarette, una stanza 2 metri per 4: scaffali con alcune decine di vinili e qualche CD, un paio di divanetti, un tavolino sempre ingombro di posacenere stracolmi di cicche e chewingum usati. La porta era nell’angolo di fronte alla finestra ampia con vista La Tabina e la “postazione tecnica” (mixer, piatti, lettori CD e microfoni) dalla parte opposta della stanza, in fondo a sinistra nell’altro angolo. Il pavimento quelli delle vecchie case di campagna denotava che lo straccio, da queste parti, non andava di moda.

La programmazione dell’emittente totalmente pirata, ma all’epoca, in tutta onestà poco m’importava di questi dettagli, era incentrata sul liscio, la così detta musica leggera e la gittata del segnale non superava le poche decine di Km, se e quando l’affollamento dell’FM lasciava canali liberi in cui infilare le parole e la musica che da quella casa fatiscente cercavano di farsi spazio nell’etere ormai ingombro. Non me ne vogliano gli amici di Antenna Uno Rockstation e di Mondoradio, ma non v’è olbra di dubbio: la mia attitudine punk si consolidò in quella lurida stanza a due passi dall’aeroporto di Sassuolo, perché quella è la radio più punk dalla quale ho avuto l’onore di trasmettere.

Si voleva rilanciare, Radio Spazio, e per far questo cercava giovani, anche a costo di snaturare la propria pop. Rispondemmo al richiamo in massa e manco a dirlo impastricciammo di ascolti punk, rock, new wave e del primo grunge i pomeriggi dell’altrimenti misuratissima programmazione. Nell’arco di poche settimane l’abitudine si consolidò solo fra pochi di noi. Manco a dirvelo, io non perdevo un pomeriggio di quelli che mi ero accordato avrei riempito. Se potevo, spingevo anche con gli straordinari. Ascoltavo rock, grazie ai vinili dei CCCP e di Siouxsie ereditati dal fratellone, adoravo i Cure e i Clash, i Guns imperversavano e ci perdevamo fra Misfits, Litfiba, Metallica e anche i Poison, di cui Albi mi prestò “Flesh & Blood” (orrendo), Bon Jovi, naturalmente Vasco e Ligabue. Nirvana, Soundgarden, Mudhoney, Faith No More, Red Hot Chili Peppers, semplicente immancabili. Non ne sapevo quasi niente, ma per fortuna c’erano i Max ed i Giancarlo, i Nicola ed i Gianluca, i Franco, gli striripanti Enzo e Monnei da imitare, scimmiottare e a cui rubare nozioni, impostanzione e stile.

Non ricordo la prima volta. Nè quando fu, tantomeno le prime parole, ma ricordo, ad esempio, la memorabile 12 ore di diretta consecutive! Maratona che si concluse a mezzanotte durante una gelida notte d’inverno, fra amici e conoscenti che avevano fatto la spola e approvvigionato con birre, panini, pizze e salatini. Il traguardo  fu festeggiato con il rumoroso sboccio di spumante. Nel caos più totale, fra i salti e le urla di giubilo, ci mettemmo un po’ a capire che quel tipo in pigiama irrotto a braccia alzate nella stanza non era lì per festeggiare con noi, ma l’inquilino dell’appartamento a fianco (di cui ignoravamo totalmente l’esistenza), incazzato come una pantera e ad un passo dal menare le mani. Di quel giorno ricordo di me, Luca ed Albi dietro ai microfoni. Mi ricordo anche che passò la Raffi e visto che lei era una delle più belle di Sassuolo, pensai anche che quello non era esattamente un posto adatto a lei e che fumammo 1000 sigarette.

Indimenticabili  fra gli altri, mi balzano fuori dall’offuscata memoria: Carmine, che trasmetteva in piedi e con questa voce nasale che impostava a mo di ragazzo degli autoscontri: 40, forse 45 anni, comunque portati male, basso e tozzo, gentile dal forte accento meridionale, ma in definitiva buffo ed inascoltabile; Luciano, il “padrone” della radio (padre del nostro amico Franco che ci aveva dato la dritta per arrivare fin lì), che ogni tanto ci sbatteva fuori, anche a metà dei programmi, accusandoci di qualcosa, che non capivamo bene. Poi ci lasciava trasmettere ancora e per noi questo bastava per tollerarne i cazziatoni costanti; la Nonna Noemi, affezionata ascoltatrice, che ci chiamava almeno ogni mezzora e ci richiedeva Fiki Fiki; le ragazze di Arceto che mi richiedevano “Lullaby” dei Cure…che sono poi l’inizio della storia successiva.

M’innamoro e capisco che a me parlare da solo e mettere dischi piace proprio da matti. Radio Spazio, però, dura poco. Un giorno arrivo al davanzale e le chiavi non ci sono. Provo a vedere se qualcuno è già negli studi, perché lì il palinsesto era totalmente casuale e in caso di dispute basato sulla scala gerarchica. Trasmette il primo che arriva e in caso di mancato accordo, il più anziano. Quel giorno non trasmette nessuno. Non c’è nessuno. Senza preavviso, brutalmente e in maniera assolutamente punk, Radio Spazio scompare. Ho ancora a casa un disco dei Clash che m’è rimasto a saldo delle tante ore passate a provare a contribuire al rilancio della Radio. “Combat Rock” in vinile. Usavo “Should I Stay or Should I go” come sigla.



Una risposta a “Radio Spazio”

  1. […] Ad un certo punto, mentre Lucio smanettava sul mixer di fronte a noi ed avevamo già riesumato i primi racconti, lo sentivo proprio quel mix di odori che ti investiva dopo aver salito le buie ed umide scale del rustico immerso nella campagna fra Sassuolo e Magreta ed una volta aperta la porta che dava sulla saletta che era sia studio, che sala d’accoglienza di Radio Spazio (storia che già provai a raccontare in un vecchio post, che trovare qui) […]

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Un diario per fissare momenti e memorie altrimenti perse, dunque, che resta online e sfugge alla sfera privata solo per soddisfare quel poco di vanità che mi tiene lontano dal definitivo annullarmi: in pratica in vita.

Non troverete segreti, perché quei pochi che ho non li racconto e non li ammetto nemmeno a me stesso.

Antonio “Zanna” Zanoli

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