Visto che questa settimana mi sono lanciato nel racconto sulle innumerevoli visioni cinematografiche ingollate con cupidigia in pochissimi giorni, credo valga la pena dare un briciolo di spazio anche ad alcune serie
TV (genere che mi ha sempre visto purtroppo poco attento fino al fatidico abbonamento a Netflix), su cui mi sono tuffato nel recente.
Son partito facile con Narcos. Dico facile, perché il genere di cui tratta è forse quello che più si addice per allamarmi: poliziesco basato su fatti reali e sparatorie che sembra di esserci in mezzo! Anche se chiarisco a scanso d’equivoci che non mi piacerebbe proprio esserci in mezzo. L’interpretazione del brasiliano Wagner Moura è di quelle totalmente convincenti e sazianti: da convincersi che il personaggio interpretato non possa più che avere quella faccia.
Ergo, se ora vedo una foto di Pablo Escobar (quello vero), mi vien da dire: non è mica lui! M’innamoro dal primo “Plomo o plata?” che gli sento pronunciare. Insomma, lo ammetto, ti vien da tenere per i cattivi, perché lo sapete, vero che Pablo Escobar era cattivo? Io, ad onor del vero, non quanto viene raccontato nella serie, che quindi mi fa comodo anche come ripassino di storia.
Passare dalle povere periferie caotiche, colorate ed insanguinate di Medellin alle strade e gli ambienti scintillanti della Manhattan ipertecnologica, moderna e dalle idee confuse di “Master of None” non è proprio un passaggio da poco, ma serve certamente per non cadere nella noia del monotematico. Aziz Ansari è una sopresa di quelle che ne vorresti almeno una al mese. Una alla settimana sarebbe vita da nababbi, una al giorno semplicemente da overdose. Brillante e arguta la serie da lui interpretata ed ideata, fa uno spaccato ironico e critico della modernità,
attraverso gli occhi di un aspirante, più che emergente, attore di origini indiane che si trova a lottare, ma attenzione, nell’agio più totale, contro questioni di principio e…sempre con lo smartphone in mano. Storie che non vivono solo nella grande mela, quelle che compongono i 10 episodi della serie, ma che fra un sorriso ed una grassa risata riesce a far pensare a quello che stiamo facendo anche qui a Piastrella Valley.
Decisamente più semplice il secondo e (per ora ultimo) cambio di scena. Basta qualche ora di fuso orario più in là, per passare dalla est alla west coast americana, dove si sviluppa la divertente storia di un nerd di faccia e di fatto (Gus) e di una stragnocca con qualche problemino di dipendenze: alcol, droga e non solo (Mickey). A fare da sfondo a “Love” lo sfavillio di Hollywood e una storia che ricalca la semplicità del titolo. A volte in maniera talmente stereotipata da divenire pacchianuccia: i continui “fico/cool” a punteggiare i discorsi, appartamenti da sogno, lavori sempre e comunque interessantissimi (anche se sei l’uomo del buffet), bionde mozzafiato, T-Shirt molto hipster.
Arrivati alla puntata 7 vien meno l’entusiasmo del primo, scoppiettante episodio (a me), ma arrivati a questo punto, mollarci non ha senso, giusto? Giusto o no faccio la scelta che si rivelerà corretta e vado fino in fondo venendo ripagato, forse non totalmente rispetto le aspettative, ma sappiate che se la crisi vi coglie, credo valga la pena tener duro.

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