Quando vidi il trailer di “The Danish Girl” inserii immediatemente nell’apposito cassettino della memoria il titolo nella categoria “IMPERDIBILI”. La convinzione che questo titolo fosse tale, aumenta dopo aver ricevuto buone o addirittura ottime recensioni da conoscenti ed amici. Poi arriva un rompiscatole, che ne scrive così, così…uno contro tutti si potrebbe pensare. Peccato che fra quelli che seguo e leggo, questo qui è uno che di solito ci prende. Più della media.
Scricchiolii di pavimenti in legno ed abiti eleganti, modi dimenticati e parole inusitate. Si presenta subito nella sua forma questo film: eleganza e morbidezza. Il viso del protagonista cattura fra i propri spigoli algidi e intimidisce nel gelido profondo di occhi da gatto. Arriva a compensare il vento gelido la coprotagonista: la moglie. Tozza nei modi e calda fin dal vederla muover le labbra, vulcanica nei modi e color passione nelle reazioni.
La storia è di quelle che desiderano strappar sospiri, emozioni, budella. Quelle che fanno gridare ingiurie al dio della sfortuna e a quello delle ingiustizie. La sofferenza come filo conduttore, sia nel gelo racchiuso in un corpo estraneo, che nell’incandescente sofferenza di chi vuole solo poter amare la vita, ma si trova a dover digerire la morte della propria realtà.
Vola alto “The Danish Girl”, ma temo che a conti fatti finisca per schiantarsi nel simbolismo pacchiano di una sciarpa in volo sugli spazi mozzafiato segnati da scoscese scogliere e un mare turbolento ed inquieto come gran parte dei personaggi della storia. Ognuno a suo modo. Il turbamento c’è, ma solo a tratti. Flash di pieno lirismo affogati in una galassia di circostanza. Pochi momenti alti diluiti in modo da far assomigliare tanto quella che nasce dentro, a banalissima noia. Alcune decine di metri di pellicola di troppo, per raccontare una storia importante,che forse meritava un protagonista meno caricaturale ed in generale meno dispersione, più chiarezza, meno perfezionismo, più sostanza cinematografica.
Nì, direbbe qualcuno. Troppo potente il messaggio di fondo per non concedere credito e dir che val la pena affrontare una storia commovente e dura, di quelle che fanno riflettere. Peccato davvero la scelta di imporre con inutili lungaggini innumerevoli momenti da sbadiglio.
Credo che anche questa volta ci avesse preso il rompiscatole.

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