Ieri ho scritto questo post, ma per motivi di tempo non ho fatto in tempo a completarlo e postarlo…fate come se fosse domenica anche oggi, magari il lunedì sarà meno duro:
É domenica e a queste latitudini i pensieri ricorrenti e le abitudini si possono racchiudere in una manciata di luoghi comuni, che vanno dalla messa delle 11, passando per abbuffate di lasagne e lo stadio.
Personalmente non frequento chiese, anche se per una mera questione logistica mi sarebbe più comodo che non lo stadio. Le lasagne, beh, basta vedermi per capire che ho un rapporto amichevole con la cucina, in particolare quella della mia terra d’origine: l’Emilia.
Lo stadio che amo frequentare e che considero quello di casa non é in effetti per me molto comodo da raggiungere, perché la mia squadra del cuore é l’A.C. Reggiana 1919 che milita da diversi lustri in quella che un tempo po si chiamava Serie C o terza serie, ora Lega Pro e l’impianto è a circa 30 Km da dove vivo. E pensare che la squadra della mia città (Sassuolo) è ora in serie A, quindi risulterebbe più comoda da seguire nelle partite casalinghe, visto abito a poche centinaia di metri dall’impianto cittadino! Ah…no, anche quella gioca, dopo che il loro patron milanese l’ha comprato all’asta, nello stadio costruito ormai una ventina di anni orsono con i proventi dei tifosi granata e di sponsor vari, che diedero vita con lustri di anticipo al progetto dello stadio di proprietà quando il buon Agnelli Jr. era poco più che un bambino e quindi ben lungi anche solo dal sapere che sarebbe diventato uno dei massimi dirigenti della nobil Signora del calcio italiano (anche se pare che i bookmaker lo dessero già a quote ottime dal giorno del suo 5° compleanno) e che sotto la sua presidenza si sarebbe realizzato il primo stadio di proprietà di una squadra…di Torino. La storia degli stadi in Italia è veramente fuori controllo e in particolare quella di questo impianto, ora ribattezzato Mapei Stadium – Città del Tricolore, ma per moltissimi ancora e più semplicemente Stadio Giglio, potrebbe aprire a riflessioni sul calcio, sull’italia e su come questa ricchezza popolare che è il calcio italiano, si stia sgretolando.
Gli stadi sono solo un punto di arrivo di un discorso molto più lungo. A me ad esempio e tutto sommato, piace anche come hanno ristrutturato il Giglio, anche se naturalemente avrei preferito i seggiolini di altro colore rispetto a quelli che caratterizzano la livrea dello sponsor/padrone dell’impianto. Non sono uno di quelli che grida via il Sassuolo da Reggio Emilia, se non per sfottere amici tifosi e contribuire alle inutili, quanto esauste discussioni su questa querelle. Purtroppo credo che i miei concittadini tifosi neroverdi, abbiano perso la propria squadra e lo dimostrino i numeri beceri e sempre meno confortanti che calano in maniera inversamente proporzionale (e quindi assurdamente), rispetto alle imprese sportive della squadra che dalla speranza di salvezza del primo campionato di massima serie giocato un paio di anni fa, è ormai proiettata alla ricerca di un posto nel calcio che conta anche in europa.
Gli stadi sono un luogo di raccolta popolare e come tali andrebbero accettati per quello che sono. Non sono qui a dire che vada preso per buono tutto e a tutti i costi. Non sono d’accordo con coloro che li pensano e li vivono come una zona franca dove non esistano regole, se non quella del più forte, dell’arroganza e della prepotenza, ma credo, come ho già sentito dire a molti altri, che rendere questi impianti delle piccole prigioni in cui sia vietato alzarsi, cantare, portare tamburi e bandiere e via discorrendo sia stato un errore deleterio. Lo è, sempre secondo il mio parere, anche renderli ora dei salottini che emulano quelli delle nostre case.
Discutevo pochi giorni fa con un amico tifoso e appassionato di rugby del fatto che lui non capisse come mai uno debba andare allo stadio ad urlare e agitarsi…io non ho saputo rispondergli se non con un mio personale non capire come faccia uno ad andare a vedere una partita in cui 30 ceffi si prendono a botte e rimanere spettatori impassibili, compassati, tecnici e distaccati. Non lo so proprio chi abbia ragione, credo nessuno a priori, entrambi nel soggettivo, ma certo è che per me andare allo stadio senza sentire canti, battute, commenti a voce alta, non piacerebbe. Se ho voglia di godermi in silenzio un evento lo guardo in TV. Odio il calcio in TV, anche se per ovvi motivi qualche volta lo guardi.
Lanciati a vanvera questi dubbi, su cui riflettere e di certo tornare, ora non mi resta che prepararmi per le lasagne, mentre allo stadio sono già andato ieri, perché (purtroppo) anche in terza serie è arrivata questa pessima abitudine di spalmare le partite del campionato su più giorni e a volte in orari assurdi, che non sai mai quando si gioca. Sugli spalti ho anche questionato a distanza con un anziano che urlava ad un avversario del “negro di merda!”, che ci sono dei limiti…il colore a me piace, ma non l’imbecillità!

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